Ida Dominijanni - I predatori della privacy perduta
Esiste in Italia un'autorità indipendente che si chiama Garante della
privacy, che negli ultimi quindici anni, soprattutto ma non solo nella
persona di Stefano Rodotà che ne è stato presidente, ha lanciato sacrosante
grida d'allarme sui sistemi di controllo satellitare che ci spiano ovunque,
sulle tecniche di profiling che servono a discriminare i lavoratori magari
in base alle condizioni di salute, sull'abuso dei nostri dati sensibili
negli aeroporti con la scusa di difenderci dai terroristi, sull'abuso di
telecamere per strada con la scusa di difenderci dai rapinatori eccetera
eccetera.
Eppure a mia memoria nessuna di queste sacrosante grida d'allarme ha
mobilitato in Italia uno schieramento a difesa della privacy perduta pari a
quello che oggi si stringe a difesa della vita privata degli uomini
politici, da Berlusconi a Marrazzo e facendo - indebitamente - d'ogni erba
un fascio. Al contrario, il ritornello imperante nelle democrazie
occidentali, soprattutto dopo l'11 settembre 2001, è stato che di fronte ai
rischi della sicurezza la privacy poteva e doveva andare a farsi benedire, e
i princìpi liberaldemocratici pure.
Domanda, spero lecita: come mai oggi la privacy ridiventa sacra, e i
principi liberaldemocratici pure? Come mai, oggi in Italia, c'è chi si sente
minacciato più dal telefonino dell'amante di una notte che dalla telecamera
di una banca, più dal gossip che da Echelon? Perché con i nuovi mezzi di
registrazione e duplicazione del reale lo spionaggio si democratizza, scrive
sul Corsera Pierluigi Battista rimpiangendo «la vecchia Inquisizione» a
fronte della «inedita e spietata dittatura tecno-pettegola» di oggi, come se
stesse qui e solo qui il rischio di passare il confine fra democrazia e
totalitarismo (e sei televisioni in mano a un premier? e i plebisciti contro
la divisione dei poteri?). Marco D'Eramo invece, su queste stesse pagine
(29/10), va al sodo, invocando il ripristino di quel caposaldo della
modernità che era la barriera fra pubblico e privato, nonché della
conseguente e tollerante distinzione fra vizi privati e pubbliche virtù, il
tutto nientemeno che a difesa dell'autonomia del politico secondo Dumont,
nonché di una opposizione «politica» a Berlusconi contro un
antiberlusconismo impolitico e gossiparo. Siamo a questo dunque,
all'invocazione della doppia morale - cattolica, anzi democristiana - a
presidio di una politica in stato terminale, e dell'ipocrisia dei politici
che predicano famiglia e praticano prostituzione? Prendo atto.
Con buona pace di Dumont, le categorie della modernità politica arrivano
alla nostra tarda modernità largamente usurate non dalle chiacchiere ma dai
fatti. Tra i quali fatti non ci sono solo i telefonini che filmano e i
giornali che pubblicano, né soltanto la personalizzazione della politica che
presta il fianco alla personalizzazione del linciaggio mediatico (Rina
Gagliardi sul Riformista). C'è, ad esempio, che la barriera fra pubblico e
privato poteva reggere finché c'era una barriera fra uomini attori della
vita pubblica e donne custodi - mute - del focolare privato: si chiamava
patriarcato. Saltata la seconda barriera, salta anche la prima: oggi le
donne - mogli, amanti e prostitute che siano, angeli o streghe - parlano, e
parlano in pubblico. La massima «vizi privati, pubbliche virtù», coniata a
tutela degli uomini pubblici, ha perso la garanzia del silenzio femminile.
Dire questo non significa, vorrei rassicurare D'Eramo, fare ideologia
'antimaschilista': significa stare ai fatti, e non perdere la bussola. Una
bussola che aiuta, per esempio, a distinguere fra il caso Berlusconi e il
caso Marrazzo: l'uno denudato dalla denuncia - politica - del suo sistema di
potere da parte di sua moglie (e poi di altre testimoni), l'altro da un
agguato - antipolitico - di quattro carabinieri nella casa - privata - di
una trans. Differenze troppo sottili e troppo scomode per chi (l'apparato
mediatico della destra e quello terzista al gran completo) preferisce
cavarsela con la graduatoria del disdoro fra escort e trans.
C'è però un'altra bussola che non andrebbe persa, e che passa, ha ragione
Mariuccia Ciotta (29/10) , per la piegatura del senso di parole come
libertà, desiderio, piacere. Da mesi sento circolare pelosissime
preoccupazioni (su l'Altro-gli Altri, in sintonia col Foglio) che
sorvegliare sul rapporto fra sesso e potere significhi lavorare per il re di
Prussia, ovvero per il moralismo dei bacchettoni e della Cei, tradendo il
mandato libertario che ci viene dal Sessantotto, dal femminismo e dalla
stagione che legò sessualità e politica. Senonché le parole hanno un senso,
e la storia anche. Il sexgate di Berlusconi (e quello di Marrazzo) non è il
compimento del '68, come sostiene un «giovane Pd» intervistato giorni fa su
Repubblica: ne è casomai il rovesciamento. La libertà sessuale non equivale
al mercato del sesso, la creatività del desiderio non equivale alla
commercializzazione del piacere. Nel '68 e seguenti a nessuno e a nessuna
sarebbe venuto in mente di farsi scudo della massima «vizi privati pubbliche
virtù»: i vizi si trattava di portarli e rivendicarli allegramente alla luce
del sole, correndo i rischi relativi. Infatti si può guadagnare libertà a
spese della privacy. Come si può difendere la privacy a spese della libertà.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2009/mese/11/articolo...