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Giuliana Sgrena - La guerra dentro
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pomero  
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 More options Nov 8, 9:34 pm
Newsgroups: it.politica.pds
From: "pomero" <p...@tin.it>
Date: Sun, 8 Nov 2009 11:34:42 +0100
Local: Sun, Nov 8 2009 9:34 pm
Subject: Giuliana Sgrena - La guerra dentro
Giuliana Sgrena
LA GUERRA DENTRO
«Sono a migliaia di chilometri da Kerbala ma la guerra è tornata con me»,
scrive il sergente statunitense Jimmy Massey, il primo militare statunitense
ad aver denunciato le atrocità della guerra in Iraq. La guerra che ti
insegue con i suoi incubi e ti impedisce di vivere per il resto dei tuoi
giorni. È successo a molti soldati che sono partiti convinti di dover
difendere il proprio paese dal terrorismo, di liberare l'Iraq da Saddam e
poi si sono ritrovati loro stessi prigionieri. Prigionieri di una logica di
guerra che ti stritola che non ti permette di ritornare a casa, di ritrovare
una vita normale, il lavoro, gli affetti. Uno stress, una depressione che ti
logora fino a farti considerate il suicidio il minore dei mali. Il suicidio
uccide più soldati americani della guerra. È la guerra combattuta lontano da
casa per difendere - si dice - la propria sicurezza, che diventa un
boomerang che colpisce nel profondo la società americana. I reduci che
tornano a casa si portano dietro la guerra come una malattia, come un germe
che si diffonde e contro il quale non esistono vaccini. Valeva per i
militari reduci dal Vietnam che ancora oggi soffrono e vale a maggior
ragione per i reduci delle guerre contemporanee, quelle ancora in corso, in
Iraq o in Afghanistan.
La guerra si dimostra incontrollabile per i suoi effetti negli scontri
lontano da casa perché provoca più vittime tra i civili che tra i
combattenti e per i militari che l'hanno combattuta non finisce nemmeno
quando abbandonano il fucile. Forse non lasceranno mai le armi, perché
quando hai combattuto contro popolazioni inermi anche il vicino di casa può
apparirti come un nemico, soprattutto se è un arabo o peggio un musulmano,
come quelli che sono finiti sotto il fuoco della tua mitragliatrice. Una
società che per sopravvivere deve continuamente costruirsi dei nemici
finisce per diventare nemica di se stessa, si autodistrugge. Questo vale
anche per il terrorismo e il suo effetto destabilizzante. Combattere il
terrorismo solo con le armi, senza vedere la sua portata ideologica non ti
permette di eliminarlo.
E non sarà un attacco terroristico a privarti della tua libertà, a farlo
saranno le misure di sicurezza per evitarlo.
L'effetto sembra più devastante sugli Stati uniti che non sugli altri paesi
occidentali che pure hanno partecipato alle spedizioni di Bush e ancora sono
impegnati sui teatri di guerra. In Europa non assistiamo allo stesso
stillicidio dei soldati americani. Perché? Forse per l'ideologia che sta
dietro la preparazione della guerra negli Stati uniti: si va in guerra per
difendere la propria democrazia, il futuro dei propri figli. Si va a
combattere un nemico che non si conosce in un paese che non si sa nemmeno
dov'è sulla cartina geografica, quindi si è più vulnerabili. E lo si è
ancora di più se non si va per difendere il proprio paese ma per acquisire
il permesso di soggiorno o la cittadinanza, oppure per pagarsi gli studi. In
questo caso il prezzo da pagare è insopportabile, ma è difficile tornare
indietro. E quando lo fai ti porti dietro quel fardello di morti che hai
lasciato sulla strada, che non potrai dimenticare perché non erano un nemico
che ti combatteva, era uno sconosciuto che ti terrorizzava solo perché non
sapevi chi era. Una sorta di nemico invisibile che si concretizza dietro
l'angolo. Questa è la guerra asimmetrica, non bastano le armi più
sofisticate per combatterla, ti si ritorce sempre contro

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091107/pag...


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